dai works on paper americani di Raffael Benazzi, è nata l'idea di questo lavoro audiovisivo: BACKLIGHTS appunto. Forme volanti, forme sensuali, che lentamente attraversano le statiche ambientazioni del New Jersey.
Qui di fianco una demo sperimentale.
L E T A V O L E D I B E N A Z Z I
esposizione di opere su carta Palazzo Comunale, San Vincenzo 20 luglio - 17 agosto 2003 mostra e catalogo a cura di Guido Cionini contributi di Stefano Renzoni e Serpoohi Pilosian foto di catalogo di Rodolfo Tagliaferri www.letavoledibenazzi.it a cura di Gianfranco Toninelli ufficio stampa di Manolo Morandini foto d'archivio di Leonardo Bezzola
L’UMANESIMO DI BENAZZI di Stefano Renzoni
Per arrivare a Rapperswil da dove dico io si fa un grande giro; si sale in cima ad una montagna eppoi si cade giù a precipizio, tra i tornanti a gomito di una strada altrimenti liscia liscia, a far da confine a una fuga ininterrotta di campi e di boschi e di persone che vi si affannano. Ma lontane e piccine, silenziose e piccine. In questa discesa l'arrivo in città assume il valore di una sorta di contrappunto, di dissonanza. Lì, nelle anse slabbrate del lago di Zurigo, tra i picchi distanti del castello e i più bassi triangoli dei tetti delle case, una rete di strade si costruisce e si rifonda - ora più ora men fitta -, a ricordarci come anche lì, in Svizzera, la natura si valorizzi proprio in ragione della presenza di una civiltà che la comprende. In questo senso par finalmente di capire come la bellezza della natura non sia affatto autosufficiente, ma tale da scaturire dal confronto con il consorzio degli uomini, bella dunque agli occhi di chi la guarda e la contende. Ai nostri, insomma.
Nelle Trasparenze di Raffael Benazzi, che come è noto in quelle zone ultramontane ha vissuto e trascorso parte della gioventù, lo scrutinio del dato reale prende avvio dal lavoro sulla riproduzione di un paesaggio, così netto e spiccato e immalinconito da rammentare certi episodi di Caspar David Friedrich; ma si tratta di variazioni sullo stesso paesaggio e senza concessioni all'aneddotica, come se quello avesse assunto su di sé l'incarico di alludere alla natura nel suo complesso. Su quel paesaggio Benazzi sovrappone immagini, trasparenti per l'appunto, che pur senza interrompere il tracciato dello sfondo lo valorizzano come parte di un colloquio dell'ambiente naturale con manufatti lisci e levigati come certe opere minimaliste- di Richard Serra e di Sol LeWitt, a ricordarci che le Trasparenze furono realizzate nel corso della permanenza dell'artista negli Stati Uniti.
La natura insomma in queste opere di Benazzi ci appare non come un'entità liricamente trasfigurata e a sé stante, concessa alla pura contemplazione, sebbene esaltata dal confronto con il lavoro dell'uomo, o meglio con quelle strutture stereometriche e dilavate che l'artista per l'appunto costruisce in legno, quasi ad indicare una possibilità conoscitiva dei meccanismi di quella stessa natura, nell'intento parrebbe di riscattarla con la traccia dell'uomo (il suo lavoro), e non già con la sua mera presenza.
Allo stesso modo stanno le Architetture. A prima vista esse sembrano evocare in lingua moderna certe Carceri di Piranesi o i dipinti romani di Granet, un incalzare fitto e gremito di corridoi e penetrali, pavimenti ed archi che non si sa dove conducono, ammesso che conducano. Ma, se stiamo al gioco, sembrano "Carceri" rifatte da un pittore metafisico, una sorta di De Chirico senza manichini, una rincorsa di quinte sceniche di nuovo senza gli attori, senza un grido, senza una pausa.
Se da un lato tutto questo assicura l'attitudine di Benazzi alla conoscenza del funzionamento interno delle cose, una ossessione per il disvelamento di quello che sta sotto e dietro la superficie (così in certe sue opere degli anni Sessanta, dove gli involucri glabri e netti si spaccano ad esibire l'intreccio dell'interno, come nelle sculture di Fontana o Pomodoro), dall'altro non possiamo sottrarci al pensiero di come quelle architetture solitarie si riferiscano alla Certosa d'lttingen, una delle più belle e chiassose di turisti di tutta la Svizzera, ma qui per l'appunto ancora private della diretta presenza dell'uomo.
I corridoi d'lttingen e le loro sorprese spaziali sembrano così essere fatti della stessa qualità delle Trasparenze, se è vero che la collocazione delle barriere lignee in mezzo al bosco non appaiono come testimonianze solenni e isolate, ma come elementi produttori di possibilità spaziali, di percorsi inediti e sconosciuti: un modo nuovo di leggere ed interpretare e vivere la natura, così come la romanica solennità di quei corridoi sperimenta nuove facoltà espressive sul piano dello spazio totalmente ricostruito.
In questa prospettiva i monumenti di Benazzi si pongono come entità antimonumentali, dissolvendo la loro carica iconica nel gioco delle possibilità spaziali e delle alternative prospettiche di una natura che si valorizza come fattore dialogico a confronto con i manufatti artistici e che, grazie a questi, appare come ricostruita. In questo modo allora l'esito dell'applicazione sul legno situato all'aperto funziona come una riattribuzione di senso alla natura medesima, come il tentativo d'interpretare il contesto ambientale come funzione del vivere, e non come semplice schermo contemplativo.
Se insomma le Architetture rimandano ad un fatto tipicamente umano pur senza descriverlo, le Trasparenze s'impongono per una forza che non attinge alla narratività e dunque all'affabulazione (non figure allegoriche, non cavalli in corsa, o divinità seminude, o eroi in guerra, o borghesi in redingote), ma alla forza essenziale del lavoro dell'uomo che trasforma le cose e le predispone per una nuova esperienza.
In questa prospettiva ha allora senso parlare di un'esperienza che in qualche modo risente della land art, proprio perché Benazzi punta ad un'opera capace di trasformare il nostro modo di percepire l'esperienza estetica: non più immobile e solipsistica contemplazione, ma partecipazione attiva nel tempo e nello spazio (quelle lastre e quelle barriere èhe invitano all'attraversa mento degli spazi e dunque a vivere l'esperienza di un'opera che punta a confondersi con l'ambiente circostante e con la vita).
Ma ugualmente le opere di Benazzi disposte nei boschi rimandano ad una scelta eminentemente plastica, fatta di volumi lisci e levigati, alla maniera di Max Bill forse, o di Jean Arp, o di Alberto Viani, o di Constanti n Brancusi, o forse più semplicemente a quella di Raffael Benazzi. Così come pure nella serie dei Bozzetti le composizioni che dominano la quinta paesaggistica - quelle Casette dell'anima che, più che citare Giacometti, paiono un affettuoso omaggio a Jules Bissier -, puntano a verificare l'effetto di un colloquio tra artificio e natura.
Cosicché le proposte territoriali delle Trasparenze e dei Bozzetti, o quelle più rigorosamente spaziali delle Architetture, si ricompongono nella disciplina intellettuale di un uomo che fa dell'attività artistica prima di tutto un mestiere nel senso più antico e piùalto, come luogo di attività dei cambiamenti e delle trasformazioni, di opportunità per ricomporre e dare un senso al fare e al pensare. Nel momento in cui Benazzi pensa lo spazio della Certosa di Ittingen, o i percorsi plastici dei suoi legni piantati nel bosco, si riconosce il senso di un'azione umana e della fatica del compierla, il rumore dei passi di coloro che stanno per invadere la scena per viverla e sentirla, i fiati e i sospiri di chi sta per animare l'ambiente.
E così i larghi gesti barocchi delle sue sculture, le rotondità fini e rifinite di quei suoi volumi siglati in forme nette da una mano assidua che li ha lavorati e tradotti in forme stereometriche, funzionano come indizio dell'autentica vena espressiva di Benazzi: come di un'attività artistica che, rifiutando qualsiasi idoleggiamento concettuale, viene restituita alla sua dimensione fabbrile, artigianale in senso alto, nella convinzione che non esiste salvezza individuale se non nel fare, nel lasciare una traccia dietro di sé, nel ricomporre in maniera individuale un universo di oggetti che diventano una personale interpretazione del mondo.