«Se è vero che le vicende della sua vita sono parte integrante dell’importanza di Socrate, si deve comunque dare tutto il rilievo possibile al fatto che egli morì assassinato» dichiara perentoriamente Manlio Sgalambro.
Tuttavia Platone «omette pietosamente quella parola», e dal canto suo Nietzsche afferma – certo a ragione – che «Socrate volle morire». Ma chi desidera morire, osserva Sgalambro, «si trova intrappolato in una insana contraddizione», giacché nello stesso tempo vuole vivere. E così fu anche per Socrate, che delegò infatti il compito a un «benefattore» (euergetikós) – così egli definì l’assassino – e con ciò introdusse una volta per tutte nella filosofia la figura dell’omicida. Eppure la speculazione filosofica ha per lo più evitato di porsi le domande cruciali che ne derivano: quale mistero cela il delitto in se stesso? Chi è l’assassino nella sua essenza? Domande che invece non teme di affrontare qui Sgalambro, tenace esploratore delle zone impervie del pensiero, spingendo lo sguardo verso quel punto dove l’espressione «“L’uomo è mortale” non significa in primis che “l’uomo muore” – insigne banalità concettuale –, ma che l’uomo è datore di morte».
«All'uomo non conviene considerare, riguardo a se stesso e riguardo alle altre cose, se non ciò che è l'ottimo e l'eccellente; e inevitabilmente dovrebbe conoscere anche il peggio, giacché la conoscenza del meglio e del peggio è la medesima» dice Platone in un passo del Fedone. Tuttavia, aggiunge Sgalambro in questo libro ad alta temperatura speculativa, la filosofia si è invece legata strettamente solo al «meglio», tanto da identificarvisi, e lo stesso Platone non ha affrontato minimamente la conoscenza del peggio che raccomandava. Vi è stato, certo, un «pessimismo che si è assunto il compito di trattare del pessimum, ma passando attraverso la sofferenza», e facendoci pagare i «lugubri stati d'animo del pessimista», mentre «solo dopo il dolore compare il vero pessimismo». Verso quest'ultimo, dunque, non può che condurci un «fanatico della verità» come Sgalambro - e il «metodo pessimistico» sarà lo strumento conoscitivo di chi, come lui, «è stato gettato in pasto al pensiero». Un metodo che Sgalambro, filosofo asistematico per eccellenza, trasmette qui con il libero flusso di un pensiero erratico che si sviluppa attraverso contrappunti capaci di suscitare inattese accensioni nella mente del lettore. Ma per tornare sempre, lungo un percorso le cui diversioni compongono in realtà un disegno di mirabile coerenza, al tema dominante, fulcro di un'opera filosofica fra le più notevoli dei nostri tempi. E non senza un sentimento di contagiosa euforia: «Il pessimum può essere vissuto con gioia, premio della conoscenza disinteressata ... Dacché sai cos'è il mondo, ti diverrà più lieve vivervi. Ecco il miracolo del pessimismo».
Manlio Sgalambro è nato a Lentini, la città di Gorgia, nel 1924. Undici anni dopo accompagnerà il padre farmacista a Monaco di Baviera, in pieno furore hitleriano. A ritroso, quel viaggio, nella terra di Mann e Spengler, gli cambierà la vita e lui diventerà il più controverso filosofo italiano. Pubblicherà La morte del sole e il Trattato dell'empietà, che apriranno squarci di nichilismo nel pensiero nazionale. [Domenico Trischitta]
"M a n l i o S g a l a m b r o"
una lettura di Michele Ferretti
Per Simmel nei paesaggi di Böcklin la rovina è innalzata alla sovratemporalità: nella vita nervosa delle frasi e delle sentenze di Sgalambro, similmente, la catastrofe è oggetto di contemplazione. Tema principale dei suoi scritti (a partire da "La morte del sole", 1982), il tema par excellence, è quello del collasso termico del sistema solare (finis mundi mediante morte termica): non nel senso di un qualcosa di indefinitamente lontano, da toccare l’uomo talmente poco quanto l’esserci inautentico heideggeriano è toccato dalla morte stessa (per il quale si muore, certamente lo sa, ma intanto non c’è da preoccuparsene). Il fatto che la fine del nostro sistema sia accompagnato dall’acquisizione di una consapevolezza scientifica determina una certa ineludibilità: questa fine del mondo ci è affatto prossima, ne sappiamo abbastanza, per Sgalambro noi stessi siamo suoi contemporanei. Non una parusia, né una società senza classi, ma la distruzione fisica mediante la morte termica dell’intero sistema da noi abitato. Distruzione innanzi la quale è possibile, del resto, stringersi in attesa: come comunità di disperati, di autentici contemporanei di questa fine, in un legame che si può dire comunistico (dove Marx viene letto sempre assieme a Schopenhauer). E dove chiaramente la contemplazione è preferita all’azione, in chiara controtendenza agli orientamenti del presente. Evidentemente segno caratteristico del tempo attuale, la volontà di praxis (mania dell’esecuzione) è inoltre la condizione di possibilità dell’istituzione della società come idolo: che poi a sua volta sarebbe da venerare, da servire - idolo per il quale il filosofo deve tenere il più alto disinteresse possibile (si veda il volume di Sgalambro del 1994). La filosofia, in caso contrario, diventa semplicemente (o addirittura) materia scolastica, elemento in balia della mediocre ed ecumenica rassicurazione innescata dall’apparato burocratico-universitario, fino a cadere nella tradizionale deiezione della ripetizione che tutto rende innocuo (l’esempio noto del canto notturno che si fa cantilena, anzi canzoncina). La filosofia del resto non può mai accontentarsi dell’essere “segno di apertura di dibattiti”: la filosofia deve lasciare senza domande né obiezioni, deve tutto esaurire (scrive Sgalambro: “la filosofia non insegna, ordina”). Nella continua affermazione della superiorità (basso continuo dell’opera di Sgalambro) della dimensione teoretica su quella pratica è affermata allora anche la durezza della conoscenza: che preferisce la fermezza alla viaticità. Quanto al valore dell’immobilità contemplativa innanzi la catastrofe, essa è, pertanto, espressione di una staticità che, come dice Benn, è la “profondità del saggio”.
Sgalambro e Cionini a Catania nello studio del filosofo
“Il nascere e il morire sono i due momenti unicamente reali:
il resto è sogno, interrotto da qualche insignificante sprazzo di veglia”
Il filosofo Manlio Sgalambro nasce a Lentini nel 1924. Dopo numerose collaborazioni con varie riviste, nel 1982 pubblicaLa morte del sole (Adelphi, Milano), poi tradotto in tedesco e in francese.
Sempre per Adelphi pubblica:
Il trattato dell’empietà (1987)
Anatol (1990)
Del pensare breve (1991)
Dialogo teologico (1993)
Dell’indifferenza in materia di società (1994)
La consolazione (1995)
Trattato dell’età (1999)
De mundo pessimo (2004)
Altre pubblicazioni: Del metodo ipocondriaco (1987, Il Girasole Edizioni), Contro la musica (1994, De Martinis), Teoria della canzone (1997, Bompiani), Nietzsche, frammenti di una biografia per versi e voce (1998, Bompiani).
Nel 1994 inizia la stretta collaborazione con Franco Battiato, per il quale scrive il libretto dell’opera lirica Il cavaliere dell’intelletto (1994) e i testi degli album pop L’ombrello e la macchina da cucire (1995), L’imboscata (1996), Gommalacca (1998), Campi magnetici (2000), Ferro Battuto (2001).
Per Franco Battiato Sgalambro ha sceneggiato i film Perduto Amor (2oo3) e Musikanten (2oo5), e collaborato alla realizzazione della trasmissione televisiva "Bitte, Keine Reclame". In fase di ripresa la nuova pellicola Niente è come sembra.
A novembre del 2001 è uscito il suo primo CD: Fun Club.